PersiNellaRete

il blog di Stefano Lenzi

dicembre 7th, 2010

La scuola della quarta “i”

politica, scuola, by dax.

Questo è l’intervento che aveva preparato per la Leopolda… la riflessione ruotava intorno alla parola chiave INCLUSIONE…

La scuola della quarta “I”

Voglio parlare di Scuola, perché se vogliamo essere credibili, noi del PD, quando verrà il momento di governare, dobbiamo parlarne alla gente, dicendo quello che va e quello che non va, senza infingimenti.

E’ necessario parlare chiari, perché la gente non vuole retorica (e se ne sente tanta intorno alla scuola) non vuole false promesse (Vedi il precariato) ma vuole, una proposta credibile, sostenibile da un punto di vista economico, affidabile e regole certe per chi ci lavora.Sono un insegnante (insegno lettere nella scuola media) ma anche un padre, i cui figli hanno iniziato a percorrere il lungo percorso proposto dal nostro sistema scolastico, credo di poter avere qualcosa da dire, senza la pretesa di essere esaustivo e definitivo, visto che è il mio particolarissimo ma riflettuto punto di vista.

Andiamo al punto, alla parola chiave, al tag di questo intervento, la scuola della quarta “i” appunto, che sta per Inclusione[1], o meglio Scuola dell’inclusione in contrapposizione ad una scuola della selezione e dell’esclusione.

Siamo, secondo me, di fronte a un bivio, dobbiamo decidere se puntare ancora sulla scuola pubblica e farla ridiventare una sfida che porti l’Italia a crescere, oppure decidere di abbondare questa strada, perché la si ritiene non più sostenibile. Non ritengo questa un’opzione retorica, credo che sia necessario guardare in faccia la realtà e verificare se ancora, in una società come la nostra, è proponibile il modello fino ad ora utilizzato.

Non ho tempo di stare a fare la storia della scuola italiana e della sua enorme sfida verso l’inclusione, l’obiettivo dei nostri padri costituenti, era quello di far crescere un popolo su valori di solidarietà e collaborazione, di dare la possibilità concreta di cambiare la propria posizione sociale alle classi sociali più umili, di dare la possibilità agli italiani di crescere da un punto di vista umano e culturale, insieme. E’ stato un processo faticoso, non lineare, tanto che un pretino di queste zone dovette prendere per il bavero la scuola italiana del tempo, e chiederle di farsi veicolo, davvero (e non solo a parole), di questa sua missione di elevazione sociale e culturale delle fasce della popolazione più arretrate. Ora pare proprio che questa spinta, questa voglia, sia esaurita, e tutto sembra un ostacolo, invece che un valore: gli immigrati, l’handicap, i ragazzi difficili.

Per sostenere questo sforzo di integrazione, è necessario che la nostra società ci creda, che non sia solo la scuola a impegnarsi, occorre un nuovo patto tra famiglie, istituzioni scolastiche, insegnanti.

Inclusione non è buonismo, non è moralismo e non ha valore solo per coloro che devono essere inclusi (immigrati, handicap, svantaggio). Potrei citare mille esempi della mia vita professionale che dimostrano come la presenza di questa diversità problematica nella scuola, è un valore aggiunto, se inserito in un contesto giusto (intendo dire che questi ragazzi debbano essere distribuiti in più classi e non concentrati); in una classe la presenza di ragazzi in difficoltà porta ad un progresso umano ma anche intellettuale e culturale e non è retorica, ve lo assicuro.

Sì, tutti si rendono conto che il modello è in crisi, a parole ancora in tanti, a sinistra, lo difendiamo ma ci rendiamo conto di essere sempre meno ascoltati e capiti. Io lo vivo come insegnante ma anche da genitore, è chiara la voglia di creare un proprio campo chiuso, dove non entrino gli imbarbariti, dove regni cultura, rispetto, stile, modernità. E’ una fatica, in una qualsiasi periferia o provincia, mandare i propri figli allo sbaraglio in una scuola pubblica, tra stranieri, figli di alcolisti,  con maestre precarie che cambiano sempre, che spesso vengono dal sud alla caccia di un lavoro (ovviamente ne hanno tutte il diritto, e spesso sono ottimi insegnanti, ma non possono costruire un progetto duraturo e stabile). Non dobbiamo metterci la benda sugli occhi, è quello che sta succedendo.

Il PD e l’Italia della prossima fermata devono ragionare su questo punto, se è possibile pensabile continuare la strada fin qui percorsa, senza lanciare false promesse, senza discorsi retorici, ma garantendo, a chi lavora nella scuola e a chi le affida i propri figli, che su  questo baraccone ci si vuole ancora investire e si vuole far crescere, cambiare, innovare.

Se non sarà così noi insegnanti continueremo a lamentarci del fatto che non veniamo più rispettati, che il nostro ruolo non ha più una rilevanza sociale, e i genitori dei figli di questa borghesia moderna, cosmopolita, spesso anche di sinistra (talvolta più grillina) abbandonerà la scuola pubblica, per crearsi mondi chiusi, protetti, di alta qualità dove però si sarà perso il valore dell’inclusione. Ovviamente non ci si rivolgerà più soltanto alle scuole private cattoliche, considerate un rimasuglio reazionario, di un mondo che non c’è più ma verranno create scuoline ad hoc, steineriane, super tecnologiche, super fighe, per dare ai figli un futuro di serie A,  diverso dagli altri. Questo mondo in alcune regioni esiste, è già una realtà, come ha raccontato bene Iacona in una delle puntate di Presa dirette, all’inizio di quest’anno.

E concludo riproponendo  la domanda posta all’inizio: ha ancora spazio una scuola dell’inclusione? riusciremo a coniugare, rigore nella spesa, qualità e integrazione? Se la risposta sarà sì dobbiamo proporla al paese con forza, sfidando paure e voglia di chiusura


[1] Intendendo con questo termine il processo attraverso il quale il contesto scuola, attraverso i suoi diversi protagonisti (organizzazione scolastica, studenti, insegnanti, famiglia, territorio) assume le caratteristiche di un ambiente che risponde ai bisogni di tutti i bambini e in particolare dei bambini con bisogni speciali.

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